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L’Italia reale

Piano, piano vengono a galla le bugie sovraniste. I gialloverdi hanno raccontato un sacco di balle sullo stato di salute del Paese e, su quella base, hanno adottato politiche sbagliate e dannose. Uno studio di Intesa San Paolo e Centro Einaudi.

Redazione Solo Riformisti

di Redazione Solo Riformisti | 26 Luglio 2019

Il Paese reale è molto meglio di come la sua classe politica lo rappresenta. I cinque punti che riportiamo di seguito, e che sono ripresi dalla sintesi del Servizio Studi di Intesa San Paolo e del Centro Einaudi di una ricerca fatta dai due organismi, sono lì a dimostrarlo. Lega e 5Stelle hanno truccato i dati di alcuni problemi, soprattutto immigrazione e povertà, che pur esistenti, non raggiungono le dimensioni che sono state sbandierate ai quattro venti. E su quelle presunte emergenze hanno costruito politiche, reddito di cittadinanza, quota 100 e porti chiusi, che partendo da false premesse sono non solo sbagliate ma addirittura controproducenti.

Con questo non vogliamo dire che l’immigrazione non vada regolata e che non serva un’azione, forte, di contrasto alla povertà vogliamo solo dire che i due problemi vanno affrontati e risolti in modi completamente diversi. L’immigrazione rafforzando i legami europei e affrontando tutti insieme il problema senza inutili prove di forze inevitabilmente destinate al fallimento e la povertà rilanciando produzione e produttività. Non si può “redistribuire” una ricchezza che non c’è. Il modo migliore per ridurre le diseguaglianze è quello di creare lavoro e opportunità. Fatto questo, ma solo dopo, si può pensare a politiche redistributive.

Ecco comunque in estrema sintesi lo stato di salute del Paese:

  1. Si espande il ceto medio

Negli ultimi tre anni i bilanci delle famiglie hanno riacquistato parte della  prosperità perduta durante la lunga crisi: il saldo tra coloro che ritengono sufficiente o insufficiente il reddito per sostenere il tenore di vita corrente sale nel 2019 al 69 per cento degli intervistati, massimo storico del decennio.

Torna ad irrobustirsi il ceto medio. Le tre fasce centrali di reddito del campione, che includono coloro che percepiscono dai 1.500 ai 3.000 euro al mese, si attestano al 57,5 per cento rispetto al 51,7 per cento di tre anni prima. Approssimativamente, un milione e trecentomila famiglie, secondo i dati del 2019, sono rientrate a far parte del ceto medio o vi sono entrate per la prima volta,riallargandolo.

  1. Record di proprietari

Il 63 per cento dei patrimoni è rappresentato da case .Gli intervistati dichiarano il possesso di una ricchezza finanziaria media pari 101mila euro (3,9 volte  il reddito medio); la ricchezza immobiliare è invece pari a 169mila euro. Ne deriva una ricchezza complessiva per intervistato di 270 mila euro (al netto delle quote di aziende), che sale rispettivamente a 355 mila e 384 mila euro nel caso dei laureati e dei professionisti e imprenditori. Nei dodici mesi precedenti l’Indagine il 6,7 per cento del campione ha investito in case (8,7per cento nel 2018 e 5,7 per cento nel 2017) ma solo il 3 per cento circa l’ha fatto per acquistare o cambiare la propria prima casa; gli altri acquisti sono stati realizzati per ragioni collegate all’impiego ereditario o per avere un reddito aggiuntivo nella vecchiaia. Gran parte del campione condivide che la casa possa offrire un’entrata integrativa al momento della pensione; solo il 22 per cento circa conosce il “prestito vitalizio ipotecario”.

  1. Aumentano i risparmiatori

I risparmiatori (52 per cento) superano di nuovo i non risparmiatori (48 per cento).       La percentuale dei risparmiatori nel campione torna finalmente a superare quella dei non risparmiatori, dopo aver toccato il minimo storico del 39 per cento nel 2013. La percentuale di reddito risparmiata raggiunge nel 2019 il massimo storico (12,6 per cento, vs. il 12 per cento nel 2018 e 9 per cento nel 2011).La quota di risparmiatori è massima nel Nord-Est (63,8percento), seguito dal Centro Italia (54,2 percento)

  1. Salgono le aspettative pensionistiche

Si fanno strada le assicurazioni per i rischi della salute e della longevità.Nel 2018 il 62 per cento degli intervistati si attendeva di ritirarsi in pensione tra i 66 e i 70 anni di età; nel 2019 la percentuale scende al 50 per cento. Sale invece la pensione media mensile attesa, che passa da 1.175 euro nel 2018 a1 .323 nel 2019.Inoltre, il saldo percentuale tra coloro che  si aspettano di avere un reddito sufficiente e non sufficiente al momento di andare in pensione si porta tra il 2018 e il 2019 dal 31,2 al 42,4 per cento del campione, massimo degli ultimi quindici anni.

Solo il 13,7 per cento del campione dichiara di essersi dotato di un fondo pensione. Migliora però la comprensione della varietà dei bisogni legati all’invecchiamento. Nel 2019, infatti, non solo aumenta l’acquisto dei prodotti di bancassurance, sia ramo vita che ramo danni, ma affiorano percentuali non basse di sottoscrittori di polizze e di forme assicurative e di welfare aziendale rivolte a soddisfare i bisogni nel campo della salute (14,4percento) e della invalidità nella vecchiaia (long-term care: 15,8 percento).

  1. Sale il numero degli ottimisti

“Ottimista” il 39 per cento degli intervistati, pari al 57 per cento degli “attivi”. L’Indagine ha selezionato un campione di 1.073 individui, 406 dei quali appartenenti al campione principale, aventi le caratteristiche di essere stati attivi (ossia presenti nella fascia d’età tra i 23 e i 65 anni) durante i dieci anni post-crisi e di avere, sempre nell’ultimo decennio, realizzato almeno un investimento immobiliare o in un’attività economica o professionale (nuova o già in essere); di aver investito in un corso di specializzazione, istruzione o formazione; di aver creato o allargato il nucleo  famigliare; di  avere avuto sul lavoro riconoscimenti e miglioramenti. Il 39 per cento degli intervistati e il 57 per cento degli attivi nella fascia di età identificata hanno sviluppato, nel corso  degli ultimi dieci anni, almeno una delle esperienze citate e, pertanto, sono stati definiti “ottimisti”:

 

 

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