Un mondo a parte

Alla scoperta della Basilica di Santa Croce, il Pantheon delle glorie italiane. Una riflessione su come i turisti “vedono” il celebre monumento fiorentino.

Simone Fagioli

di Simone Fagioli | 23 Luglio 2019

I grandi monumenti cittadini raramente sono considerati come luoghi a sé, con una loro “vita” del tutto particolare e unica.

Non intendo dire ad esempio la Torre di Pisa come “simbolo” della città, con tutto ciò che vi gravita attorno, voglio dire proprio come città nella città, con tempi, regole, momenti del tutto unici e circoscritti.

Tra il 2018 e questo scorcio di 2019 ho trascorso parecchie decine di ore nella Basilica di Santa Croce, a Firenze, per ricerche legate anche al valore simbolico della chiesa e dei suoi monumenti. Una di queste, sulla traslazione delle ossa di Ugo Foscolo da Londra a Firenze nel 1871, è in uscita sul numero 1/2019 di “Rassegna Storica Toscana”.

In effetti ho trascorso nella Basilica molto più tempo di quello che un turista medio dedica tutto insieme alla città di Firenze.

Specifico che le mie osservazioni sono di natura prettamente antropologica, non artistica. Molto tempo l’ho trascorso a acquisire dati per un saggio su John Ruskin e Santa Croce, in una lettura in chiave di sociologia del turismo nella Basilica.

La chiesa, fondata ufficialmente nelle forme attuali il 3 maggio 1294 – ma già San Francesco nel 1211 ne pone le basi ideali – è oltre il valore spirituale una complessa macchina simbolica, che in 725 anni di storia in qualche modo ci permette di misurare le mutazioni del pensiero, della mentalità, non solo a livello italiano ma appunto in modo più ampio.

In particolare per il saggio su Ruskin mi sono mescolato per ore con i turisti in visita, da soli, in piccoli gruppi o in più ampie comitive – considerando che del 700.000 visitatori annui (2017) almeno 2/3 non sono italiani – fingendo anch’io di essere un turista, osservando i loro gesti, ascoltando i commenti, le parole delle guide, provando a captare i pensieri che una simile struttura suscita.

L’esperienza è stata davvero di grande suggestione, nella misura in cui avevo anche come guida la prima Mattinata Fiorentinadi Ruskin (1874) dedicata proprio alla chiesa e tradotta in italiano solo nel 1908 da Odoardo Hillyer Giglioli (e anche questo aspetto è oggetto del saggio, considerando in più come nel 1908 esce di Ruskin in italiano anche Le fonti della ricchezza, tradotto da Giovanni Amendola).

Ruskin era un solitario, che aveva dell’Italia, di Firenze, di Santa Croce idee del tutto particolari. Straordinarie in questo senso sono le lettere che scrive al padre dall’Italia nel suo primo viaggio, nel 1845, in gran parte dalla Toscana, terra di barbari dove comunque si mangia già bene: “Stupisce comunque quanto siano barbari da queste parti. Mi hanno chiesto se desideravo la frutta. Allora ho domandato che cosa avessero. ‘Dei piselli, signore.’ Non sapevo che cosa fossero e ne ho ordinati un po’. Mi hanno portato un piatto di piselli verdi con la buccia, crudi.”, John Ruskin, lettera al padre da Pistoia, 28 maggio 1845.

Ecco, mescolandomi ai turisti ho voluto verificare se la visita venisse fatta con l’occhio di Ruskin, ovvero in parte alla ricerca della pittura “primitiva”, oppure con un altro occhio, quello di Edward Morgan Forster, che nel 1908 pubblica A room with a view, e dove nel secondo capitolo propone una visita in Santa Croce della protagonista, visita che scardina del tutto l’occhio di Ruskin, anzi, che se ne burla: il capitolo è intitolato In Santa Croce senza Baedeker, sinonimo questo di guida stampata, come quelle proposte dall’editore tedesco Karl Baedeker dal 1836.

Ma questo progetto mi ha messo anche in contatto in modo più ampio con il mondo di Santa Croce, che non è solo monumenti, che non è solo spazi accessibili e spazi inaccessibili, che non è solo turisti, che non è solo il personale che si occupa 365 giorni all’anno della sua cura, anzi, è tutto questo più altre cose, il tutto in una definizione di “spazio sociale” limitato a quel luogo.

È evidente come questa descrizione si possa applicare a tutti i monumenti del mondo, tuttavia a mio avviso Santa Croce, anche per il suo valore di Pantheon delle glorie italiane, ha alcuni aspetti del tutto peculiari.

È facile che voglia approfondire le riflessioni fatte sin qui sulla chiesa, magari chiedendo di vederla anche completamente vuota di turisti, ancora chiusa, o visitando i tanti spazi formalmente inaccessibili, per verificare anche il “vuoto” della Basilica.

In questo senso, in merito al vuoto, mi preme sottolineare come i visitatori si pongano verso uno spazio che è in apparenza vuoto, rispetto agli altri ambienti, alcuni davvero ridondanti. Lo spazio “vuoto” è la Cappella de’ Pazzi, costruita tra il 1441 e il 1478 da Filippo Brunelleschi.

La data finale è di grande interesse, perché marca la scomparsa della famiglia promotrice dopo la congiura del 26 aprile 1478: i Pazzi sono annientati, fisicamente e politicamente, per cui la Cappella rimane incompiuta.

Si tratta di un cubo costruito sul modulo base di 20 braccia fiorentine (11,66 m) sormontato da una semisfera modulata su queste misure. A parte le decorazioni architettoniche e quelle di Luca della Robbia l’ambiente è drammaticamente “vuoto”. È vuoto nella misura in cui appunto i committenti sono stati cancellati ma anche in qualche modo come spazio simbolico del rinascimento, struttura anche scientificamente se non perfetta almeno possibile, in qualche modo da riempire.

La maggior parte dei visitatori non capiscono questo: entrano dal portone e… lo si vede dai gesti, dalle pose, dagli sguardi che si scambiano, rimangono interdetti. È tutto troppo “vuoto”. Lungo le pareti scorre una panca di pietra: di solito mi siedo all’estremo lato destro. Vedo bene chi entra ma lui non mi vede, o almeno non subito, attratto dalla parte frontale, così ho agio ci capire i comportamenti. La Cappella de’ Pazzi è per i turisti il più grande enigma di Santa Croce: la permanenza media di singoli o piccoli gruppi (intesi anche come famiglie) è al massimo di due minuti. I grandi gruppi invece in gran parte la saltano in blocco. Entrano e si fermano. Provano a dare un’occhiata alla cupola, si guardano attorno e indietreggiano terrorizzati: quel vuoto non fa proprio per loro!

Un altro spazio che non manco mai di visitare è la Cappella Medici, voluta da Cosimo il Vecchio nel 1445 e realizzata da Michelozzo. In fondo alla Cappella, a sinistra, è il vano dove nel gennaio 1642 trovò sepoltura in gran segreto il padre della scienza moderna: Galileo Galilei. Insieme saranno sepolti anche la figlia Maria Celeste, morta nel 1635 e il discepolo prediletto, Vincenzo Viviani, che morirà nel 1703. Un busto e una lunga iscrizioni opera di Viviani ricordano questa sepoltura. Galileo, nel 1737, ultimo atto dell’ultimo Medici, Gian Gastone, sarà sepolto nella chiesa. In ogni caso i visitatori che si affollano nella Cappella, piuttosto piccola, con opere pregevoli, la memoria per Galileo non la vedono proprio.

In realtà la motivazione è più semplice di quanto non si creda. Se Lucy di Forster si preoccupa di non avere per Santa Croce il suo Baedeker e in qualche modo vi conduce una visita “a memoria”, così i frettolosi turisti non sono dotati di ausili cartacei che permettano loro di approfondire ciò che vedono. Andare a Firenze e non visitare Santa Croce non è possibile, e in qualche modo bisogna arrangiarsi: con la mappa che viene data all’ingresso dove ci sono alcune cose, con Google, certo non con guide che sono nelle mani dei turisti davvero una rarità.

In questo senso in una chiave molto generale lo sguardo del visitatore della Basilica è più quello suggerito da Forster che quello di Ruskin.

Ruskin in estrema sintesi scriveva di visitare Firenze e le sue opere principali, in sei Mattinate, per imparare nel confronto diretto con l’arte, osservando ad esempio come nella chiesa con Giotto mutino tecnica e prospettiva.

Forster nel 1908 è modernissimo, anche nel linguaggio: A room with a view, oltre la notorietà del film del 1986, è un capolavoro sociale, una descrizione così forte di Firenze da essere perturbante, così come la Cappella de’ Pazzi. Forster manda all’aria secoli di sguardi benpensanti, mette al centro non più l’opera che si guarda ma chi la guarda. In questo senso è un antropologo che si interroga sullo sguardo, su ciò che si vede, non su ciò che si vorrebbe vedere, come fa Ruskin.

Un altro punto nodale della basilica è la facciata. Dico subito che nessuno la vede. Può sembrare un paradosso, ma è così.

Ruskin non ne parla proprio, Forster la definisce “surpassing ugliness”, insomma, di incomparabile bruttezza. Eppure ha una storia suggestiva. Realizzata tra il 1857 e il 1865 (ma inaugurata nel 1863) dall’architetto Niccolò Matas e finanziata in gran parte da Francis Joseph Sloane (1795-1871) – inglese, protestante, geologo e imprenditore, ci mostra come non si dovrebbe aver paura a modificare le città. La chiesa mancava della facciata e uno sponsor privato l’ha offerta a Firenze.

Di fronte al portale centrale poi, all’esterno, c’è la tomba del suo architetto, Niccolò Matas. Anche questa è “decorazione” invisibile: ho visto turisti saltellare sulla lapide senza capire cosa fosse.

Sarebbe interessante a completamento di quanto detto una ricerca statistica sulle immagini di Santa Croce in siti come Flickr, Instagram, Tumblr, di condivisione pubblica di foto, per valutare l’esatta percezione visiva del monumento, per “vedere” davvero cosa i turisti “vedono”.

 

 

Nella foto: la tomba di Galileo de’ Galilei (antenato del matematico), narrata da Ruskin in Mattinate Fiorentinecon turisti poco attenti – © Simone Fagioli 2019

 

 

Simone Fagioli