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Rebus Spagna

Vince le elezioni il Partito Socialista ma non conquista la maggioranza. Difficile per ora dare vita ad una coalizione. Fra le prime ipotesi anche un governo di minoranza di soli socialisti.

Luciano Pallini

di Luciano Pallini | 30 Aprile 2019

I risultati delle elezioni spagnole sono chiari per stabilire  chi ha vinto e chi ha perso, non altrettanto  chiari per quanto riguarda gli scenari  che si aprono per la formazione del governo.

Può apparire scontato ma prima di tutto si deve dire che ha vinto la democrazia, la tanto denigrata democrazia rappresentativa perché, messi di fronte a scelte sicuramente impegnative per il futuro del paese, dalla minaccia della secessione catalana alla pressione dei migranti,  gli elettori spagnoli sono andati a votare in massa, il 75% degli aventi diritto con un aumento di quasi il 10% rispetto alle elezioni precedenti: niente spazio per piattaforme Rousseau, la finzione  opaca che vorrebbe rappresentare la nuova declinazione della democrazia.

Poi indubbiamente i socialisti hanno conseguito un significativo successo, in controtendenza con i risultati più recenti di altre elezioni in Europa: il PSOE risale oltre al 29% ed ottiene  123 seggi, quasi 40 in più rispetto alle precedenti elezioni.

Ha perso indubbiamente il Partito Popolare di  Pablo Casado sceso al 16,7% e  sostanzialmente dimezzato nella sua rappresentanza parlamentare da 134 a 66 seggi.

Il Partito popolare ha pagato la gestione  Ranjoy finita per storie di corruzione imputate ad esponenti di primo piano del partito e per le incertezze mostrate sulla vicenda della Catalogna.

La difesa dell’unità nazionale contro le spinte all’autonomia e all’indipendenza, la chiusura ai migranti e la difesa dei valori tradizionali edel tacito accordo di riconciliazione nazionale, per alcuni decenni la Carta non scritta della democrazia spagnola,  hanno spinto ad un risultato importante (ma al di sotto delle aspettative) la destra estremadi Santiago Abascal che ha ottenuto il 10,3% dei voti ed entra in parlamento con 24 seggi.

Questi gli spostamenti di ogni forza politica (fra parentesi la prima cifra indica quelli conquistati e la seconda quelli precedenti: PSOE +39 (123,84), PP -68 (66,134), Ciudadanos +25 (57,32), Podemos -25 (42,67), Vox +24 (24,0), Altri +5 (38,33).

Gli elettori moderati che hanno abbandonato il Partito Popolare  hanno scelto Ciudadanos che  ha ottenuto il 15,9% dei voti salendo da 32 a 57 seggi mentre i gemelli diversi di Podemos alleati con la sinistra hanno fatto il percorso inverso, fermandosi al 14,3% e scendendo da 71 a 42 deputati: hanno pesato le divisioni interne con pesanti accuse rivolte al leader Iglesias e le posizioni ambigue, a voler essere generosi, nella tormentata vicenda catalana.

In Spagna è rilevante anche il peso di comunità autonome con forti spinte indipendentiste, in particolare Catalogna e Paesi Baschi dove i partiti nazionalisti hanno ottenuto significativi successi

Nei Paesi Baschi il Partito Nazionalista Basco (PNV, di centrodestra) ha ottenuto 6 seggi davanti al PSOE e Podemos, di nuovo prima forza politica della regione con 6 seggi prima di Podemos e PSOE, ambedue fermi a 4.

In Catalognalavittoria è andata  per la prima volta a Esquerra Repubblicana (ERC), la sinistra indipendentista, il cui leader Oriol Junqueras è in carcere per i fatti dell’ottobre 2017, con 15 seggi, davanti alla sezione locale dei Socialisti (sinistra non indipendentista), con 12 seggi.

Un ultimo dato di grande rilievo è la presenza delle donne in Parlamento, oltre il 41%, in linea  con Finlandia e Norvegia

Ma il bello viene ora: il PSOE e Sanchez con chi costruiranno una coalizione per governare?

L’aritmetica suggerirebbe Ciudadanos perché sarebbe garantita la maggioranza assoluta con 180 parlamentari ma il leader di Ciudadanos, Alberto Rivera,  ha escluso ripetutamente questa ipotesi: sarebbe la soluzione che i mercati gradirebbero di più, in grado di contenere dilatazioni della spesa pubblica e di evitare tensioni sui mercati che ancora premiano i titoli di stato spagnoli, ma fermerebbe la corsa di questo movimento a svuotare il Partito Popolare.

L’alternativa è rappresentata dall’alleanza “arcobaleno”  tra PSOE, Unidas Podemos e nazionalisti di varie comunità dal PNV (nazionalisti baschi) a  Coalición Canaria (nazionalisti delle Canarie) fino a Compromís (nazionalismo valenciano) ed al  Partido Regionalista de Cantabria (partito regionalista della Cantabria): si fermerebbe a  175, uno in meno della maggioranza per la quale  servirebbero alcuni “volenterosi”  e sarebbe sempre esposta al “Turigliatto” di turno  pronto a mettere in crisi il governo ma consentirebbe di fare a meno degli indipendentisti catalani, senza considerare le tensioni interne che minerebbero Unitas Podemos.

Terza soluzione?  Il PSOE ha dichiarato che potrebbe governare da solo,  con o senza l’appoggio esterno di altre forze politiche: come in pratica ha già fatto naufragando sulla mancata approvazione del bilancio statale.

Come ha scritto un commentatore, questa Spagna rischia sempre più di somigliare all’Italia: la differenza, è non è da poco, è la convinta fedeltà all’Unione Europea degli iberici.

Luciano Pallini