Nuova città

Serve più lungimiranza nella gestione degli spazi di una città. Abbattere il vecchio non utilizzato non deve essere un tabù. Lo “spazio sociale” di Michelucci.

Simone Fagioli

di Simone Fagioli | 18 Aprile 2019

Come dicevo in un precedente intervento è mia idea che le città rispondano in qualche modo a strutture frattali, con una ripetizione delle loro caratteristiche, non solo architettoniche, ma più in generale sociali.

In città si ha la massima espressione dello “spazio sociale”, quell’insieme di interazioni che gli esseri umani (ma non solo) hanno tra loro in uno spazio fisico e viceversa.

Nel 1981, 38 anni fa, è bene sottolinearlo, esce per l’editore Laterza un volume molto prezioso, in una collana ugualmente preziosa, i Saggi Tascabili Laterza.

Si tratta di Intervista sulla nuova città, di Giovanni Michelucci, a cura di Fabrizio Brunetti.

Che Michelucci fosse un architetto non ci sono ovviamente dubbi, nel senso che le sue opere sono abbastanza note al grande pubblico per non avere qui la necessità di approfondimento.

Dico solo che Michelucci è nato a Pistoia il 2 gennaio 1891 ed è morto a Firenze il 31 dicembre 1990.

Ricordo con stupore di aver visto su una locandina di un quotidiano forse il 3 gennaio 1991 la notizia della sua morte: ero a Sermide, sul Po, in qualche modo sulle tracce della narrazione di quei luoghi di Gianni Celati (ne parlerò in una futura rubrica).

In ogni caso nel 1981 Giovanni Michelucci aveva 90 anni e nell’intervista narra in modo chiaro e rigoroso il suo pensiero sulla città, intesa, in tutta evidenza come “spazio sociale”.

Sparerei sulla Croce Rossa affermando che Michelucci era anche un antropologo… Michelucci era proprio un antropologo, nella misura in cui lavorava pienamente sullo spazio sociale.

Le architetture di Michelucci sono sempre in relazione al territorio, non sono isolate: ci inciampi quando ci passi vicino, ti attraggono, ci entri dentro, sono magneti sociali, trappole messe sul percorso dell’uomo/formica.

“Ho vissuto da ragazzo fra gli operai, ho visto lavorare il ferro battuto, ho provato sorpresa e meraviglia nel vedere nascere da un rottame un oggetto; ho vissuto il contatto con l’operaio che batteva il ferro, ho parlato con lui del suo mondo e della sua vita, in età avanzata ho visto preparare e cuocere i mattoni, spegnere la calce, poi murare i mattoni e vedere nascere il muro: miracolo! Miracolo vedere gli espedienti e i mezzi di fortuna improvvisati, miracolo, così da passare da curiosità, (curios), a sorpresa. Ecco perché artigianato! Perché in questa curiosità, per l’interesse per ciò che è prodotto manualmente, vi è l’interesse per i segreti del mestiere, senza mai considerare l’oggetto in se stesso, ma inseparabile dalla materia e più ancora inseparabile dall’artefice.” (F. Privitera, Disegnare dialoghi. Esercizio della sezione e progetto nell’opera di Giovanni Michelucci, Pontedera, Bandecchi & Vivaldi, 2008, p. 15)

Si capisce bene come Michelucci osservasse. E se osservi comprendi ciò che ti sta attorno, le relazioni, così da poter inserire l’oggetto architettonico non solo sul territorio, ma appunto anche nelle relazioni.

Michelucci nell’intervista ci dice molte cose interessanti, attuali.

Ci dice ad esempio molto bene cosa sia la città, cosa sia lo spazio sociale, ci dice come dobbiamo vedere e pensare la città, che è “la storia degli uomini nel tempo” (p. 26).

Non penso possa esistere una miglior definizione di città. Diacronia e sincronia si uniscono nella città di Michelucci.

I due termini, questo è interessante, sono usati nella ricerca linguistica da Ferdind De Saussure (1857-1913), espressi nel suo Cours de linguistique generale, pubblicato (postumo) nel 1916, ma transitano poi nella terminologia della ricerca sociale e certamente possono essere ben applicati alla definizione di città di Michelucci.

In questo senso, semplificando, Michelucci ci dice che la città è qualcosa che muta in senso orizzontale (sincronico) e verticale (diacronico) e che se si ferma tale mutazione, anche in uno degli assi, la città muore.

La mia [città] è quella creata da una moltitudine di uomini di varia esperienza, nata in secoli e secoli di operosità e creatività collettiva: è il risultato di una serie infinita di sovrapposizioni, di distruzioni e ricostruzioni; è, insomma, la storia degli uomini nel tempo.” (p. 26)

Sovrapposizioni, distruzioni, ricostruzionici dice Michelucci. Oggi in Italia per poter distruggere e ricostruire una città occorre un evento traumatico: un terremoto, una guerra, un’inondazione. E in questo caso la città, ogni monumento, è ricostruito proprio com’era e dov’era. La città dei cloni.

Su questi temi Michelucci esprime il suo pensiero con chiarezza, ad esempio considerando che a Firenze dopo la Seconda guerra mondiale ci fu un “piagnucolamento anche per la distruzione di opere di nessun valore rispetto a se stesse e all’ambiente”(p. 55) e che in merito alla ricostruzione del ponte di Santa Trinita (com’era, dov’era, “un falso”,p. 53) avrebbe voluto vedere “quello che avrebbe partorito la fantasia degli ingegneri e degli architetti del nostro tempo. È possibile – mi dicevo – che la cultura architettonica d’oggi non abbia il coraggio di misurarsi col passato? E che rinunci con tanta viltà (o con tanta coscienza della propria incapacità) alla prova?(p. 55)

Se si osservano con attenzione i disegni, e non ho scritto progetti, di Michelucci, online sul sito della Fondazionea lui dedicata, si comprende bene il valore di queste riflessioni, su come l’architetto sociale immaginasse la Nuova città, che dialoga in modo serrato e dinamico con la vecchia, anche, nel caso dell’area attorno a Ponte Vecchio, totalmente distrutta e dunque da riprogettaree non da ricostruire.

Ci sono oggi nelle città, tra “centro” e “periferia” (concetti molto generici in una città policentrica come quella frattale) una gran quantità di strutture effimere, che hanno però la triste sorte di essere abbandonate anziché trasformate o semplicemente abbattute.

Con Luciano Pallini stiamo sviluppando una serie di riflessioni proprio sulle strutture abbandonate, che andiamo, in Toscana, censendo per tipologie funzionali.

Non ci interessa un’estetica dell’abbandono (in merito, non capisco bene perché, stanno uscendo negli ultimi anni parecchi volumi, in tutta Italia, sul tema) bensì appunto riflettere sull’uso e abuso che tali oggetti architettonici rappresentano, su come ancora tenerli sul territorio o farli sparire.

Il problema sta proprio in quest’ultimo aspetto: abbandonati, pericolosi, tossici… ma impossibili da abbattere definitivamente, neppure fossero l’ultima architettura di Brunelleschi.

Michelucci punta il dito sulle città fossilizzate, e in tal senso posso citare un esempio pratico che è un capolavoro del suo pensiero.

Nel 1949 per la Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, a Pistoia, progetta e realizza poi nel 1950 dietro la sede storica, inaugurata nel 1905, la Borsa Merci. Negli anni successivi l’edificio non appare sufficiente, così Michelucci appronta un nuovo progetto, fa demolire la struttura del 1950 e realizza una nuova Borsa Merci(inaugurata nel 1967), che negli anni ha ulteriori modifiche, come negli arredi, progettati da Michelucci ma rinnovati da Giovan Battista Bassi negli anni Novanta.

La lezione di Michelucci è chiara, anzi, limpida: la Borsa Merci 1950dieci anni dopo non era più adatta, per cui semplicemente è stata abbattutae riprogettata.

Poteva essere mantenuta, come una reliquia, magari innestandovi nuove costruzione, per realizzare un ibrido che non sarebbe stato funzionale.

Le città oggi, in Italia, dovrebbero essere funzionali. Firenze, oggi, con una riprogettazione della mobilità data dalla tranvia (per ora linee 1 e 2) sta facendo uno sforzo enorme in questa direzione. Sono stati realizzati poi abbattimenti rilevanti, come le strutture ex Fiat, con un nuovo utilizzo degli spazi anche se molto c’è ancora da fare.

Sempre a Firenze l’ex monastero di Sant’Orsola è oramai un relitto irrecuperabile: una larva nel cuore della città, che deve essere abbattuto per liberare spazio, senza ascoltare le sirene di progetti già obsoleti.

Nel 1893 in piazza Duomo il Palazzo vescovile venne arretrato di alcuni metri per dare più respiro al battistero di San Giovanni e in generale alla piazza.

Se un progetto simile venisse promosso oggi come minimo qualcuno invocherebbe il rogo per il sindaco, la giunta e tutti i consiglieri, di maggioranza e di opposizione.

Il 90% dei turisti che visitano Firenze non sanno che la facciata del Duomo venne inaugurata il 12 maggio 1887 e quella di Santa Croce nel 1865.

Gran parte del “centro” di Bologna è stato costruito nella seconda metà dell’Ottocento.

Incoscienza o lungimiranza?

Buon senso.

Se il mio braccio è gravemente ammalato e l’unico modo tramite il quale io posso sopravvivere è amputarlo non ci penso due volte.

Le città sotto formalina muoiono.

“Continuando a restaurare nel modo in cui la cultura intende il restauro oggi, impedendo, cioè, ogni intervento che non sia quello di riportare alla stato primitivo ogni edificio antico, non permettendo che si stabilisca una continuità tra il vecchio e il nuovo, i centri storici diventeranno col tempo organismi sempre più privi di vita, come accade per qualunque oggetto che si isoli dall’uso quotidiano.” (pp. 52-53)

Sovrapposizioni, distruzioni, ricostruzioni,così le città possono vivere. Le miriadi di caserme oramai vuote nel centro di tante città ad esempio non possono più divenire musei o “centri culturali”. Va recuperato spazio, vanno abbattute, trasformate in condomini se servono o in spazi vuoti, oppure in parchi.

Se si guarda una mappa di una qualunque città murata toscana prima del Novecento si vede come i vuotifossero più dei pieni.

Tra demografia e stili di vita le città sono già vuote, per cui abbattere quanto vecchio, pericoloso, non utilizzato non deve essere un tabù. Oppure avere la lungimiranza, il buon senso, di dare alle strutture del passato vere nuove funzioni.

E anche se è un gioco di parole queste funzioni devono essere davvero funzionali, verso la Nuova cittàvista da Michelucci.

In effetti in questo senso la cattedrale di Notre Dame non va ricostruita, ma riprogettata, magari senza concorsi, con l’affidamento diretto ad un architetto sotto i trenta anni. Un architetto che non abbia paura.

 

Nella foto il grattacielo progettato da Giovanni Michelucci a Livorno (1966) – © Simone Fagioli 2019

 

 

Simone Fagioli