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Destra divisa e sinistra al palo

La stella di Salvini brilla soprattutto per la debolezza di alleati e avversari. Forza Italia, sempre più debole, è sull’orlo di una scissione. Il PD, prigioniero degli schemi del ‘900, non riesce ad attrarre un elettorato diverso da quello tradizionale.

Stefano Baccelli

di Stefano Baccelli | 14 Giugno 2019

Si dice che la campagna elettorale permanente danneggi il Paese. Se fosse vero ci sarebbe poco da stare allegri, visto che gli italiani sono chiamati continuamente alle urne. E quando non ci sono consultazioni ufficiali, ci pensano i sondaggisti a monitorare gli umori giorno per giorno. Non ci si sorprenda dunque, se invece di fare il loro mestiere, alcuni uomini politici con altissimi incarichi istituzionali investono ingenti cifre per la cosiddetta comunicazione. E siano più presenti sui Social che sulle scrivanie, gli scranni del Parlamento, i ministeri e i tavoli di concertazione. Campione assoluto di tale impostazione, come è noto, è Matteo Salvini che, al di là degli scarsissimi risultati del Governo, capitalizza al massimo la sua retorica ed è l’uomo da battere in ogni consultazione da quando, dopo il voto del 4 marzo 2018, e l’escamotage del cosiddetto ‘contratto’, ha deciso di staccarsi dal centrodestra, con il quale si era presentato ed aveva chiesto i voti, per costituire il Governo con il M5s. La sua stella sembra brillare di una luce che non si affievolisce, anche perché non pare esserci nel Paese una alternativa riformista alle forze populiste, antieuropeiste e sovraniste, che hanno conquistato il potere in Italia e che anche le ultime elezioni europee hanno confermato essere maggioranza, pur con un rapporto di forza invertito rispetto alle politiche di un anno fa. A gettare benzina sul fuoco sono anche i commentatori politici, che considerano ad alto coefficiente simbolico, la conquista, da parte della Lega, di roccaforti rosse, come le emiliane Forlì e Ferrara e anche di un comune non capoluogo, ma significativo, come l’operaia Piombino in Toscana. Eppure un’analisi un po’ più approfondita pare dimostrare che il castello salviniano inizi a mostrare qualche crepa. Tanto è vero che non pochi pronosticano che il leader della Lega voglia capitalizzare prima possibile il consenso, facendo cadere il governo prima che gli italiani scoprano che questo anno di sparate e litigi, ha portato il Paese a non contare niente in campo internazionale ed in particolare in quello europeo, ed a dover varare in autunno una manovra lacrime e sangue. Non in pochi, infatti, ipotizzano nuove elezioni politiche a settembre. Le crepe nell’egemonia salviniana però non si fermano a ciò. C’è anche un sempre più difficile rapporto con Forza Italia, ovvero l’ala centrista dello schieramento di centrodestra tradizionale, che non ci sta a farsi inglobare da una forza sovranista e non trova più nemmeno troppo convenienti le alleanze a livello locale, dove sempre maggiore appare il predominio della destra più radicale, non soltanto a livello di numeri, quanto di persone. Sono infatti della Lega i sindaci di Biella, Forlì e Ferrara e ad Ascoli Piceno, la poltrona di primo cittadino passa da Forza Italia a Fratelli d’Italia. E non è passata inosservata nel partito di Berlusconi la frase pronunciata a caldo da Salvini: “Straordinarie vittorie della Lega ai ballottaggi, abbiamo eletto sindaci dove governava la sinistra da settant’anni!”, che attribuisce esclusivamente al suo partito i meriti di tali successi. Tutto ciò ha indotto gli osservatori ad ipotizzare che Salvini pensi di far saltare il banco per presentarsi alle elezioni sganciato da Forza Italia e annettendo Fratelli d’Italia della fedelissima Meloni. Per far ciò, dicono i bene informati, porrà ai grillini le sue condizioni con la speranza che questi ultimi chiedano di staccare la spina e così incolparli della rottura. Tutti giochetti di palazzo e furberie (Salvini è furbo, è il mantra che ci accompagna in ogni talk show televisivo), costruiti sulla pelle della gente, mentre il presidente della Repubblica Mattarella e anche il Ministro dell’Economia e delle Finanze Tria, cercano con maggior senso di responsabilità di convincere soprattutto Salvini ad abbassare un po’ la cresta. Si cerca infatti una mediazione con l’Europa e di evitare che sia adottata contro l’Italia una procedura di infrazione che avrebbe effetti devastanti. Intanto non mancano i malumori in Forza Italia, che ha già conosciuto delle mini scissioni, come le fughe “sovraniste” di Alessandra Mussolini (rifiutata da Salvini e rientrata all’ovile in Fdl), Elisabetta Gardini e altri. Ma il vero scissionista è Giovanni Toti, “miracolato” da Berlusconi che fu candidato a Governatore della Liguria quando era un po’ caduto in disgrazia, ma ne uscì sorprendentemente vincitore grazie alle ataviche divisioni a sinistra. Adesso Toti si sente sulla cresta dell’onda e sono lontani i tempi in cui affermava che Novi Ligure fosse in Liguria. Ad annunciare il distacco ufficiale di Toti da Berlusconi è il Sole 24 ore, che così racconta: “Giovanni Toti prepara la scissione. L’addio a Forza Italia adesso ha perfino una data: 6 luglio. Il governatore ligure, che da tempo è vicinissimo a Matteo Salvini e attacca Silvio Berlusconi, ha annunciato la “Costituente del 6 luglio“. Nella locandina-invito c’è la scritta “L’Italia in crescita!” in primo piano. Lo sfondo è azzurro e spicca una freccia tricolore che va verso l’alto. L’appuntamento è alle 14.30, al teatro Brancaccio. Il governatore presenta simbolo e contenuti dell’iniziativa sui social e scrive sulla sua pagina Facebook: “Per chi non si rassegna al declino di un’area politica e del Paese. Per chi sogna merito, competenza, impegno, democrazia. Per chi vuole una Italia in crescita. Per costruire un Paese nuovo abbiamo bisogno anche di te! Ci date una mano? Vi aspetto a Roma”. Non è chiara la futura collocazione del Governatore della Liguria. Cioè, andrà ad aggiungersi al progetto di Giorgia Meloni e Raffaele Fitto, nel solco di un rafforzamento della componente moderata che dialoga con Fratelli d’Italia? Oppure resterà da solo costituendo una sponda centrista all’alleanza sovranista tra Lega e Fratelli d’Italia?”. In ogni caso per Salvini ed il suo carattere egemonico queste manovre un po’ “democristiane” potrebbero rappresentare addirittura una minaccia, visto che la forza politica di Toti punterebbe a conquistare il suo elettorato. Detto ciò Salvini può perfino dormire sonni tranquilli, perché dall’altra parte c’è un centrosinistra, al momento non competitivo ed incapace di un progetto riformista per attirare oltre lo zoccolo duro del proprio elettorato. Il nuovo Segretario Zingaretti al contrario pare prigioniero degli schemi del novecento, modello Ds. Inoltre la capacità attrattiva del partito democratico verso un elettorato diverso da quello tradizionale e anche dall’area del non voto, appare molto scarsa. Alle Europee il partito di Zingaretti arretra di 100 mila voti rispetto al valore  numerico  di un anno fa. Un  risultato deludente rispetto all’elemento di  novità  che  intende rappresentare. E non sono certe le invettive del segretario dem contro il Governo che possono convincere l’elettorato indeciso a schierarsi. Al momento la tenuta in termini percntuali del partito, che in sostanza ha recuperato solo una minima parte della sua ala sinistra che non sopporta Matteo Renzi, regala un po’ di serenità dopo la guerra che la minoranza durante la leadership del senatore fiorentino aveva scatenato, rendendosi in parte responsabile della pesantissima sconfitta del Pd alle politiche dell’anno scorso. In ogni caso il Pd di Zingaretti celebra la riconquista di Livorno dopo un quinquennio grillino e, soprattutto, l’esser riuscito a compensare sconfitte con la difesa di alcuni feudi storici, come Firenze, Pesaro e Prato, tra l’altro ben governate da sindaci molto vicini all’ex segretario. Il M5s, che era in corsa in un solo ballottaggio a Campobasso, festeggia ovviamente la sua vittoria, anche se qualcuno sostiene che sia avvenuta per un patto segreto con il Pd. Circostanza peraltro smentita dalle parti. Per completezza di informazione, va detto che il centrodestra al ballottaggio ha strappato al centrosinistra i comuni di Ferrara, Forlì, Biella e Vercelli. Il centrosinistra, al contrario, ha strappato al centrodestra Rovigo e al Movimento 5 Stelle Livorno (e anche Avellino anche se si tratta di liste civiche vicine al centrosinistra). Tra il primo e secondo turno il bilancio complessivo nei comuni capoluogo è di 12 sindaci per il centrodestra (ne aveva 7), 13 per il centrosinistra (sei in meno) e due per il M5s (che ne aveva comunque due). Concludendo: le elezioni ci consegnano un quadro politico in cui gli elettori, più dei partiti, sono mobili e tutt’altro che fedeli alle appartenenze tradizionali. Da questo punto di vista il centrosinistra potrebbe nutrire la speranza di potersi allargare e diventare competitivo, purché sia in grado di offrire al Paese proposte e idee. Al momento questo traguardo appare lontano. E probabilmente è per questo che la stella di Salvini, sembra ancora splendide di straordinaria luce, nonostante, come si è visto sia anche un effetto ottico.

Stefano Baccelli